Scopo

Fotografia in movimento della situazione attuale

Così scrive Papa Francesco nella Lettera Enciclica Fratelli tutti 

“Molte volte c’è un grande bisogno di negoziare e così sviluppare percorsi concreti per la pace. Tuttavia, i processi effettivi di una pace duratura sono anzitutto trasformazioni artigianali operate dai popoli, in cui ogni persona può essere un fermento efficace con il suo stile di vita quotidiana. Le grandi trasformazioni non si costruiscono alla scrivania o nello studio. Dunque, «ognuno svolge un ruolo fondamentale, in un unico progetto creativo, per scrivere una nuova pagina di storia, una pagina piena di speranza, piena di pace, piena di riconciliazione».[216] C’è una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge tutti. A partire da diversi processi di pace che si sviluppano in vari luoghi del mondo, «abbiamo imparato che queste vie di pacificazione, di primato della ragione sulla vendetta, di delicata armonia tra la politica e il diritto, non possono ovviare ai percorsi della gente. Non è sufficiente il disegno di quadri normativi e accordi istituzionali tra gruppi politici o economici di buona volontà. […] Inoltre, è sempre prezioso inserire nei nostri processi di pace l’esperienza di settori che, in molte occasioni, sono stati resi invisibili, affinché siano proprio le comunità a colorare i processi di memoria collettiva”.

Papa Francesco

Se è vero, sempre citando Papa Francesco, che “Stiamo vivendo la terza Guerra Mondiale a pezzi” (video messaggio in spagnolo inviato ai partecipanti alla 23esima Giornata della Pastorale Sociale), non di meno nel mondo, sicuramente con meno clamore, soprattutto nelle comunità locali e fra le persone più semplici, nascono gesti controcorrente di attenzione e di accoglienza all’altro che vincono l’indifferenza e aprono uno spiraglio di luce nelle relazioni, si affermano intuizioni che intessono di nuovo umanesimo la società, progetti emblematici di dialogo e di pace diventano pratiche sociali fino a diventare abitudini condivise.

E tutto questo accade molto spesso lontano dai centri economici, politici e culturali soprattutto quando diventano autoreferenziali. Le periferie sono il paradossale osservatorio di questi fermenti di pace. Esse in effetti sono il moderno limen nella sua duplice accezione: la frontiera contro cui si infrangono le possibilità soprattutto economiche che si danno nei centri ma anche la soglia dove sperimentare possibilità nuove, slegate da vincoli formali, laboratori in cui prende forma un processo di futuro promettente.

Oggi le periferie delle grandi città europee sono un coacervo di culture e di religioni, frutto della stratificazione data dalle migrazioni. E se è pur vero che la convivenza non risulta pacifica e una narrazione fatta di pregiudizio rischia di attecchire nel cuore delle persone più semplici generando paura e odio, è anche vero che proprio nelle periferie si manifesta il meticciato come fenomeno in cui le differenze non si fondono ,ma dialogando, si valorizzano reciprocamente e aprono il sentiero per un nuovo modello antropologico e di cittadinanza.   

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Photos by courtesy of Stefano Pasotti

Dal campus della pace
all’International peaceful act prize

campusdellapace.altervista.org/

 

Il Campus di educazione alla pace nacque nell’estate del 2016 nel quartiere dell’estrema periferia sud di Milano, Gratosoglio, e volle essere, fin dal principio, un'azione simbolica, un avvio di un processo di dialogo nel quartiere, un laboratorio di pace, fra giovani e adulti di diversa composizione etnica e religiosa dopo che i sanguinosi attentati compiuti a Parigi nell’autunno del 2015 misero a dura prova la già difficile convivenza in quartiere fra i cittadini autoctoni e i nuovi cittadini soprattutto di religione musulmana.

La proposta, in quell’estate, si stendeva nell’arco di una settimana di convivenza per adolescenti e giovani cristiani e musulmani negli spazi dell’oratorio della Parrocchia del Quartiere e in alcuni punti della città di Milano dove vivere esperienze condivise di riflessione, di sport, di visita a mostre e musei e dove incontrare testimoni credibili di dialogo. Insieme ai giovani cittadini del Quartiere erano presenti, come invitati speciali, alcuni giovani della città di Sarajevo, capitale della Bosnia ed Erzegovina, testimoni di seconda generazione di come il pregiudizio e la separazione possano condurre una nazione oltre l’orlo del baratro. 

Tuttavia col tempo, mentre l'intuizione si faceva progetto, abbiamo colto il valore di aprire la proposta a giovani di altre parti della città  e di diverse provenienze europee in modo particolare dalla martoriata banlieu parigina di Saint-Dènis. Questo incontro si è rivelato fecondo di nuovi pensieri e di diffusione di pratiche (anche a Parigi è nato nel 2018 un, seppur limitato nel tempo, campus della pace) e ha permesso al nostro quartiere, isolato alla periferia della grande città, di aprirsi inaspettatamente e diventare per una settimana il cuore dell'Europa giovane che sogna e pratica la pace e abbatte muri invisibili e persistenti fra genti di culture e religioni differenti ma anche nella nostra città, fra centro e periferia.

Il campus della pace è stato infine il punto da cui sono passate anche personalità del mondo politico, religioso e sociale come il Prof. Romano Prodi oppure il Cardinale Angelo Scola o Don Luigi Ciotti, Latifa Ibn Ziaten e Sultana Razon. Il Campus della Pace si è sempre svolto con il Patrocinio del Comune di Milano e anche, nell’edizione del 2017, con il Patrocinio della Fondazione Cariplo e, nel 2018, con quello della Fondazione Mondo Unito presso la Santa Sede.

Siamo convinti di aver proposto un'esperienza che ha saputo attivare pensiero attraverso l'approfondimento tematico di alcuni fenomeni sociali, temi di geopolitica, episodi storici e fatti di attualità; passione ed emotività attraverso l'ascolto reciproco in focus group, la condivisione del tempo e dello spazio fra giovani di provenienze diverse e l'ascolto di stili di vita dati nelle testimonianze o attraverso pratiche teatrali e in generale laboratoriali ed infine azione spingendo i giovani ad assumersi la propria responsabilità con un impegno simbolico di volontariato da replicare poi nella quotidianità della propria città.

La grave situazione che si è scatenata con il diffondersi del Sars-Cov2 e l’isolamento in cui ancora siamo costretti, non ci permette di programmare una VI edizione in presenza del Campus ma il desiderio di coinvolgere soprattutto le nuove generazioni nella ricerca della pace e del dialogo e il desiderio che si allarghi l’agorà in cui accendere confronti e lasciare che accadano gesti di incontro e processi culturali, ci ha spinti non a fissare eventi webinar di difficile partecipazione ma a creare una piattaforma che, se da una parte possa raccogliere i pur piccoli gesti e progetti di pace, dall’altra li renda fruibili, li divulghi e, nel limite del possibile, apra l’intelligenza ad una possibile ed eventuale modellizzazione da una periferia all’altra.

Un’attenta commissione composta da uomini e donne riconosciuti internazionalmente come tali a tre progetti attribuirà un premio in denaro.

I progetti potranno essere candidati o dai loro ideatori oppure da semplici testimoni e protagonisti.

Abbiamo voluto in maniera certamente enfatica paragonare questo riconoscimento al Nobel della Pace che annualmente l’accademia di Stoccolma attribuisce a personalità di spicco che nel mondo si sono distinti per grandi azioni di pace. Noi, invece, vorremmo dare lustro ai piccoli, forse anche ai diseredati della terra, comunque a cittadini comuni che, nella fatica quotidiana, hanno saputo essere e diffondere la differenza.

Noi vogliamo premiare, a complemento dell'operato del Nobel per la pace, gli sconosciuti, gli umili, i diseredati che ci passano accanto in silenzio e che magari non sono nemmeno consci che con i propri comportamenti virtuosi stanno cambiando il mondo.

DIVENTA UN PEACE EVANGELIST,

PROPONI UN PEACEFUL ACT.